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American Gods: una recensione controcorrente

American Gods: una recensione controcorrente

Tutti sembrano pazzi per lo show American Gods della Starz, ma non tutto sembra funzionare bene nella serie ispirata al celebre libro di Neil Gaiman.

Non voglio neanche stare a paragonare il libro con la serie. Il romanzo di Neil Gaiman fu un unicum quando uscì, la sua vena ironica, il mix di cultura pop e miti religiosi comparati, ma soprattutto l’originale rappresentazione umana e fruibile degli dei alla base del libro (e di molti dei suoi lavori sin dai tempi di Sandman), ne decretarono il successo e diedero un aspetto più cool e hipster al romanzo fantasy. In seguito, forse questo mix è stato usato e abusato, da lui ed altri, diventando una formula un po’ stantia…Ma questo è un altro medium e un’altra storia.

La serie Starz American Gods viene recensita in termini entusiastici un po’ dappertutto, specialmente da quella stampa e da quei blog specializzati e appassionati del genere, mentre altri giornali più mainstream, come il New York Times per esempio, forse con una base di lettura con meno fanboys e fangirls, ne hanno colto alcuni elementi interessanti e critici.

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Quello che notiamo se prendiamo in considerazione la serie tv sola, tenendo a bada l’ammirazione per il lavoro di Gaiman, è che la storia è un mix che non sempre si capisce dove vuole parare e fra digressioni e scene spesso totalmente gratuite, fatte più per compiacere l’occhio che per funzioni narrative, prende forma solo alla fine della prima stagione.

Shadow Moon è un carattere scialbo, Odino/Mercoledì avrebbe avuto bisogno di un attore molto più carismatico del pur volenteroso Ian McShane, i personaggi più interessati sono personaggi secondari, come Laura Moon (se si riesce a perdonare l’espressività da selfie instagram di Emily Browning) e il Leprecauno dell’ottimo Pablo Schreiber. Ovviamente questo porta alle lunghe digressioni sulla loro ‘backstory’ cha a tratti hanno un po’ fatto perdere il filo del discorso. Inutile dire che, essendo una serie Starz, vi è spesso violenza e nudità gratuita più da Grinderhouse movie tarantiniano che altro, ed un utilizzo della musica sempre a contrasto che dopo un po’ stucca.

Il Dio della tecnologia, nel libro è grasso, ma alla Starz è vietato essere grassi

Il Dio della tecnologia, nel libro è grasso, ma alla Starz è vietato essere grassi!

Eppure i segnali di qualche difficoltà a trovare il bandolo narrativo c’erano tutti, lo show ha subito una lunghissima gestazione con diversi cambi allo script e inizialmente doveva essere HBO, il nostro prima articolo a riguardo risale addirittura al 2011. Certo non era un compito facile quello di Bryan Fuller e Michael Green, il libro è un cult e ha un’atmosfera difficile da cogliere, ma verso la fine della stagione si è cominciata a vedere una certa coerenza e si spera che la Starz non voglia strafare tirandola per le lunghe e concluda l’arco narrativo in massimo tre stagioni. Del resto l’universo di American Gods può essere sfruttato per molte side stories come ha dimostrato lo stesso Neil Gaiman publicando ad esempio The Monarch of the Glen in Fragile Things. La possibilità di spinoff c’è tutta, che ne pensate?

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