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Il confederalismo democratico del Rojava

Il confederalismo democratico del Rojava

Il confederalismo democratico del Rojava è ciò che vi propongo come approfondimento sulla guerra che si combatte contro i delinquenti terroristi islamici di DAESH, il cosiddetto Stato Islamico, IS=Islamic State, o ISIL (Islamic State of Iraq and the Levant), e non ISIS come molti si ostinano ancora a chiamarlo (Il gruppo di criminali, drogati, terroristi islamici è conosciuto in arabo come ad-Dawlah al-Islāmiyah fīl-ʿIrāq wash-Shām, da cui l’acronimo Da’ish or DAESH (داعش, Arabic pronunciation: [ˈdaːʕiʃ]). I più ricchi e grandi media nazionali ed esteri preferiscono parlare in modo ossessivo e morboso delle tante azioni criminali degli accoliti di ISIL piuttosto che di quanto di concreto e “buono” si è realizzato in parte dei territori coinvolti nella guerra, nello specifico dei territori del Rojava, una regione che comprende tre grandi cantoni Kurdi della Siria settentrionale, divenuto famoso per la resistenza della città di Kobane. Dopo l’inizio della guerra civile in Siria nel 2011, la popolazione del Rojava ha preso possesso della regione instaurando una “confederalismo democratico“.

Un progetto rivoluzionario per ora riuscito, a differenza di quelle definite dai giornalisti dei media più potenti di tutto il mondo “primavere arabe” che nulla di concretamente diverso e rivoluzionario hanno realizzato, rinforzando soltanto l’odio religioso, etnico e di genere nei territori coinvolti… Il progetto di “confederalismo democratico” del Rojava sembra essere un progetto riuscito basato sulla cooperazione delle persone, una democrazia partecipata vera, senza discriminazioni di genere, classe sociale, religione, o etnia, con particolare attenzione al rispetto dell’ambiente oltre che dell’individuo. Il progetto di “confederalismo democratico” del Rojava è stato da alcuni definito “anarchico”, ma a me ricorda più il neonato socialismo ormai stravolto e trasformato, almeno in Italia, in qualcosa di totalmente diverso… e mi fa tornare alla mente come avrebbe potuto essere l’organizzazione di società matriarcali dell’Antica Europa, con le dovute differenze temporali, sia a livello di organizzazione sociale che economica… Speriamo che il progetto si sviluppi e cresca mantenendosi “sano” e diventi forte per essere un seme di speranza per l’evoluzione di un mondo migliore.

Il Rojava è un’alternativa per la regione, lacerata dall’odio etnico e religioso, da guerre ingiuste, e dallo sfruttamento economico. Non ha l’obiettivo di costruire un nuovo stato, ma di creare un sistema alternativo al paradigma globale capitalista e maschilista dello stato-nazione, invocando l’autonomia regionale, attraverso la liberazione delle donne e in collaborazione con tutti i popoli della regione, il tutto definito come “confederalismo democratico” da Öcalan. Il rifiuto di accettare i parametri del sistema globale è quello che ha mobilitato la popolazione in una regione così devastata, tra guerra e embargo, e questo è proprio il motivo per cui Kobanê non cadrà mai. Nel bel mezzo della guerra, i cantoni del Rojava sono riusciti a creare un movimento di donne incredibilmente energetico, un sistema di autogoverno che opera attraverso i consigli locali con una dialettica dal basso verso l’alto, e una società in cui tutte le componenti etniche e religiose della regione lavorano mano nella mano per creare un futuro più luminoso. Ciò è in netto contrasto con le politiche di tipo monopolista del genere “una religione, una lingua, una nazione, uno stato, una bandiera”, le dittature, le monarchie, le tirannie settarie, e la violenza patriarcale nella regione. E la previsione di una vita così libera è il motore principale della resistenza di Kobanê. Il sistema dominante ci fa credere che i principi e gli ideali sono morti, ed è per questo che una mobilitazione collettiva e una resistenza votata al sacrificio come quello di Kobanê sembra così incredibile alla maggior parte delle persone. Ma il fatto che la seconda città più grande dell’Iraq, Mosul, sia caduta nelle mani di IS in pochi giorni, anche se gli Stati Uniti avevano speso miliardi di dollari per addestrare l’esercito iracheno, mentre la piccola città di Kobanê, dove donne anziane hanno creato i loro battaglioni autonomi, sia diventata un fortino di resistenza per le persone in tutto il mondo, ci mostra che la possibilità di un futuro diverso è ben viva! Non si può separare la mobilitazione politica del popolo in Rojava dalle sue vittorie contro l’IS. Ecco perché il minimo che possiamo fare per onorare i combattenti di Kobanê è quello di rispettare e sostenere i loro obiettivi politici! Il riconoscimento dei cantoni del Rojava avrebbe dovuto essere avvenuto da tempo. Ma anche se il mondo non riconoscesse il Rojava, questo continuerà ad essere, perché ha dimostrato che non ha bisogno dell’approvazione di nessuno per esistere. E’ proprio questa volontà di resistenza e questa lotta autosufficiente, questo rifiuto di piegarsi alla condizione tipo sindrome di Stoccolma in cui il Medio Oriente si trova, al punto di dover essere costretto a essere felice della “democrazia” che si presenta sotto forma di briciole, che ha permesso a Kobanê di non cadere. La vittoria e la dignità di Kobanê dovrebbero dare speranza a tutti i popoli del Medio Oriente e non solo. Circondato dalla bandiera nera di IS, dal sanguinario regime di Assad, dal feroce stato turco, da un embargo soffocante, dai calcoli a sangue freddo della politica estera delle potenze mondiali egemoniche, da tensioni etniche e guerre settarie, le persone sorridenti di Kobanê hanno mantenuto i loro principi rivoluzionari di libertà e aiutato il sole della Mesopotamia a risorgere su tutta questa oscurità. La vittoria appartiene a coloro che hanno dedicato la loro vita ad essa. Onoriamo il coraggio di questi esseri umani altruisti e delle vittime della guerra rivelando le politiche e gli interessi degli Stati e delle strutture che hanno consentito a questo inferno di cominciare.” da UIKI, Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia.

 

L’intervista che segue è del 9 gennaio 2015, tratta da UIKI, Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia.

L’intervista che segue è stata condotta con il Dr. Amaad Yousef, Ministro dell’Economia per il Cantone di Efrîn in Rojava, da Sedat Yılmaz e apparsa in Özgür Gündem. Yılmaz ha parlato con il dottor Yousef che ha preso parte ad una conferenza organizzata dal Congresso della Società Democratica (DTK) nella città di Van, il mese scorso. Il tema della conferenza è stato l’“Economia Democratica”.

Prima parliamo un po’ della rivoluzione. Qual era lo status dei curdi? Quali cose avevano?
Geograficamente il Rojava si estende su una superficie di 18 mila e 300 chilometri quadrati. Esso è diviso in tre cantoni. Tuttavia, il Rojava è in grado di sostenere una popolazione di due o tre volte più grande di quella che vi abita. Il 60% dei poveri siriani erano curdi. Questo perché non era concessa l’apertura di fabbriche, o lo sviluppo, o qualsiasi forma di arricchimento nella regione del Rojava. Per esempio, a Efrîn c’erano quasi 200 impianti di trasformazione delle olive. Oltre a questi non c’era nemmeno la più piccola officina. I curdi ricchi vivevano a Damasco e Aleppo e avevano stretti rapporti con il regime. Il regime ha preso la terra in alcune regioni insediandovi gli arabi, sotto la sua politica della cintura araba. Questa politica è stata attuata in particolare a Cizîrê.

Come per Efrîn…
La politica del regime era qualcosa di simile a “lasciare che le persone abbiano difficoltà a farsi una vita, vendano i loro beni e proprietà e migrino. Lasciare allora che gli arabi vengano a stabilirsi nell’area”. A causa dell’embargo in atto sulla regione le persone si sono spostate verso Damasco e Aleppo. Ad esempio, c’era un posto a Damasco che si chiama “Zorava”. Come si comprende dal nome, erano i curdi ad aver costruito quest’area con il proprio lavoro. Era un quartiere sotto l’amministrazione centrale della città ed era una zona povera. Prima della rivoluzione, la popolazione curda ad Aleppo aveva raggiunto il milione. Quasi tutti vivevano a Şex Meqsut e Eşrefi. Se questa politica avesse continuato per altri 10 anni, i kurdi avrebbero perso ogni connessione con la propria geografia.

Che lavoro facevano i curdi che vivevano ad Aleppo e Damasco?
Lavoravano in ristoranti, nelle fabbriche, nell’edilizia, vale a dire lavori che nessun altro voleva fare. Lavori difficili e pericolosi. Tutte le faccende “sporche” che gli arabi non svolgevano. Il 90% di essi viveva in povertà.

È stata, questa, una politica sistemica?
Il regime ha approvato una legge nel 2008, al fine di costringere i curdi a migrare. Con questa legge è stato reso molto difficile l’acquisto della proprietà da parte dei curdi. Allo stesso tempo essa lo ha reso molto più facile agli arabi.

C’erano scuole e ospedali?
C’erano scuole elementari e medie in ogni villaggio a Efrîn. Queste scuole erano state costruite per l’assimilazione. Non avreste trovato una sola scuola superiore o istituto professionale, erano vietati. L’istruzione in lingua curda era proibita. Le strade sono state sviluppate un minimo per la sicurezza. A Kobanê c’era un ospedale e a Cizîre, nella città di Qamişlo, c’era un ospedale statale, ma non era avanzato. I pazienti gravi sono stati trasferiti ad Aleppo o Damasco. Un paziente di Efrîn non poteva essere curato a Efrîn. Non c’era niente che rispondesse alle esigenze della vita. Ad esempio, se dovevate comprare i vestiti per un matrimonio, sareste dovuti andare a Damasco o Aleppo.

Se dovessi parlarne, quali poche cose c’erano?
L’unica cosa che si è sviluppata è stato lo strozzinaggio. Nel quartiere Reco di Efrîn si sapeva quale casa apparteneva a chi. Si poteva guardare una casa e dire “quella è la casa di un usuraio”. C’era una tribù araba chiamata Boben. Il mestiere principale di questa tribù era l’usura e lo strozzinaggio. Hanno reso i curdi privi di casa e proprietà. In cambio degli interessi, essi prendevano le loro proprietà e li costringevano a migrare. La cosa che ci ha sconvolto di più prima del 2011 è stato il collasso dei principi morali e della coscienza. Quella vita è stata molto difficile per noi.

Qual è la situazione per quanto riguarda le infrastrutture?
Non c’erano elezioni nel sistema comunale in Siria. Il Baath veniva nominato e scelto come pura formalità. Chi voleva essere nominato poteva distribuire denaro ed essere selezionato.

Ci spiegheresti qualcosa dei primi giorni della rivoluzione?
Il processo chiamato Primavera Araba è durato 28 giorni in Tunisia. In Egitto la resistenza è andata avanti per 18 giorni. In Libia è stato versato molto sangue e Gheddafi è andato. In Yemen è stato versato molto sangue. Per quanto riguarda noi, contavamo su un periodo di 3, 5 o 10 mesi. Abbiamo sbagliato a riguardo, tuttavia tutti gli altri calcoli erano giusti. Se avessimo preso la stessa parte dell’opposizione, non molto sarebbe cambiato in Siria, perché l’approccio dell’opposizione ai curdi non era diverso da quello del regime.

Qual è stato l’atteggiamento del regime in quei [primi] giorni?
Gli arabi dicevano “vi aspettiamo, ribelli, siamo pronti, rovesciamo il regime”. Abbiamo detto “no, noi siamo il 15% della Siria e voi l’85%. Lasciate che il 50% di voi si sollevi e il 100% di noi si solleverà”. Si sono rivelati dei bugiardi. Se avessimo fatto come volevano, il regime avrebbe detto “questi vogliono distruggere la Siria” e avrebbe organizzato tutti gli arabi contro di noi. E i curdi in Rojava sarebbero andati incontro al genocidio. Ci siamo resi conto della situazione. Abbiamo detto che avremo implementato il nostro modello su una base democratica e senza spargimento di sangue, e che la nostra porta era aperta a tutti coloro che volevano unirsi a noi.

Qual è stata la prima sfida che avete intrapreso?
Con l’inizio della rivoluzione, nel corso del primo anno, abbiamo fondato un giornale e un canale TV. Abbiamo formato un’Assemblea del popolo. Abbiamo buttato fuori gli elementi del regime tra noi. Abbiamo buttato fuori le organizzazioni e le persone collegate al regime, ma non abbiamo recato danno a nessun luogo. Prima della rivoluzione 450 mila persone vivevano a Efrîn. Dopo la rivoluzione, la popolazione ha superato 1 milione. Circa 200 mila arabi si sono stabiliti qui.

Qual è stato il vostro primo compito in relazione all’economia?
Quando Efrîn è diventata sicura e lo sviluppo pacifico del commercio ha registrato un’accelerazione, sono stati costruiti edifici e sono state aperte delle officine. Al fine di porre in atto un sistema, è stato fondato un Centro per lo Sviluppo Economico nel quartiere centrale di Derik. Sono stati aperti, a Qamişlo, Kobanê e Efrîn, dei rami che si occupano di questioni come il commercio, l’agricoltura, l’artigianato, l’architettura, che sono collegati a questo centro. Nei Cantoni sono stati istituiti i Ministeri. Di conseguenza, sono state istituite associazioni di mestiere e del commercio.

Che cosa esiste oggi in termini di fabbriche, officine, ecc.?
In questo momento a Efrîn ci sono 50 fabbriche di sapone, 20 oleifici, 250 impianti di trasformazione delle olive, 70 fabbriche che producono materiali per l’edilizia, 400 laboratori tessili, 8 calzaturifici, 5 fabbriche di nylon e 15 fabbriche di lavorazione del marmo. Sono stati costruiti due mulini e due alberghi. Noi siamo il primo e unico luogo di produzione di sapone in Siria. Stiamo lavorando per sviluppare il commercio dei prodotti lattiero-caseari, di frutta e altri prodotti alimentari. Stiamo facendo tutto questo nei villaggi in modo che le persone possano farvi ritorno. Ancora, è stata costruita una diga per fornire acqua potabile. Abbiamo creato un marchio “Made in Efrîn”. Abbiamo vietato la realizzazione di altri oleifici da un punto di vista ambientale. Abbiamo anche proibito i laboratori di fusione del piombo al fine di proteggere la salute umana.

Qual è la situazione riguardo ai diritti personali e all’organizzazione?
Diverse organizzazioni per i diritti civili sono state fondate. Ingegneri, agricoltori e contadini hanno formato le loro associazioni. Sono stati istituiti i sindacati. Per la prima volta a Efrîn sono stati fondati 6 istituti nel settore della sanità, commercio, agricoltura, sport, teatro e musica.

I lavori, l’occupazione…
Prima della rivoluzione non c’era altro al di fuori di qualche lavoro di artigianato. Ora a Efrîn non c’è disoccupazione, con una popolazione di oltre 1 milione. Chiunque vuole può avere un posto di lavoro.

C’è stato qualche ritorno di curdi che erano andati a Damasco e Aleppo come lavoratori?
Sì. Sarti, camerieri, operai edili, medici, insegnanti e qualsiasi altro genere di lavoratore, sono tornati e ora stanno offrendo servizi al loro popolo. Alcune persone hanno emigrato verso l’Europa, ma una percentuale significativa di lavoratori qualificati è tornata. La qualità è aumentata. Il ritorno dei curdi che facevano lavori “sporchi” e difficili si è rivelato fantastico.

Qual è la moneta e come viene messa in circolazione?
Stiamo continuando con la moneta siriana. L’interesse è vietato e nessuno può caricarlo. Quelli che lo fanno vengono sottoposti a un processo e ne affrontano le conseguenze. Ci sono banche statali residue del regime, ma non funzionano. Stiamo lavorando alle banche e ce ne sono in tutti i Cantoni, ma nei villaggi saranno aperte banche di villaggio. Al momento le persone mettono i propri risparmi sotto il cuscino.

E questioni come le tasse, dogane e importazioni?
Stiamo esaminando il sistema fiscale della Regione Autonoma basca. Le tasse vengono riscosse e distribuite ai ministeri a seconda della necessità. Vi è trasparenza attorno a tali questioni. I cittadini sanno come vengono spese le tasse che pagano. Tuttavia, non si può ancora dire che questo sistema vada generalmente bene.

Come provvedete ai vostri bisogni energetici?
Tutta la nostra elettricità viene dall’Esercito Siriano Libero e quindi non possiamo controllarla più di tanto. Ci sono generatori in tutto il Cantone e in ogni villaggio. Essi forniscono almeno 12 ore di elettricità [al giorno]. Abbiamo iniziato un progetto per sfruttare l’energia eolica. In precedenza, l’acqua veniva portata con le autocisterne. Grazie ad una cooperativa popolare che è stata fondata assieme al Comune, è stata costruita una diga che soddisfa il fabbisogno di acqua.

Come determinate le vostre politiche di prezzo?
Efrîn ha sperimentato un “assedio” lo scorso inverno. Queste circostanze hanno reso le cose un po’ difficili per noi. Un sacco di farina è salito da 3000 a 6500 (lire siriane). La direzione del Cantone ha preso una decisione e ha annunciato che ogni sacco di farina venduto per più di 4100 (lire siriane) sarà confiscato. Dopodiché abbiamo formato un comitato e stabilito che il grano prodotto a Efrîn sarebbe stato sufficiente per noi stessi. Abbiamo subito iniziato a far funzionare due mulini e fermato l’esportazione di farina. In questo modo il prezzo della farina è stato riportato a 3500 (lire siriane). Allo stesso tempo, stiamo assemblando percorsi di importazione per il commercio, le materie prime e i prodotti medici.

Come provvedete all’assistenza sanitaria e all’istruzione?
È stato costruito un ospedale appartenente al cantone. Ci sono anche ospedali privati. In questo momento ci sono, in media, quasi un migliaio di persone che ricevono un trattamento ogni giorno. Ci sono anche persone provenienti da Aleppo. Stiamo lavorando affinché nel prossimo futuro trovino rimedio le insufficienze tecniche e mediche, in modo da poter eseguire grandi interventi chirurgici, come la cardiochirurgia. Non viene riscossa nessuna tassa ai poveri in cambio dei servizi medici. Le tasse riscosse da chi ha i mezzi coprono completamente i costi dell’ospedale. Il sistema dei salari non è stato ancora stabilito. Comunque, ad alcune tasse provvede anche il Cantone. Le scuole sono state aperte in tutti i villaggi. In questo momento ci stiamo preparando ad aprire una università.

Il Governo turco e alcuni altri ambienti affermano che “il Rojava è sotto l’oppressione del PYD”. Cosa ne pensi di queste dichiarazioni?
Quelli che lo affermano sono coinvolti in un mercanteggiamento politico. Quelli che farneticano su questo hanno interessi politici affinché questo sistema non funzioni. Io sono il Ministro dell’Economia e del Commercio del Cantone, ma non sono un membro del PYD. Abbiamo i nostri amici arabi. Abbiamo amici che lavorano con noi provenienti da diversi popoli e organizzazioni sociali. Stiamo aprendo la strada al commercio.

Ci sono anche alcuni, negli stessi ambienti, che descrivono il sistema come la “Corea del Nord”. Il capitale e la proprietà privata sono vietati o in pericolo?
Il capitale privato non è vietato, ma è creato per adattarsi alle nostre idee e al nostro sistema. Stiamo sviluppando un sistema attorno alle cooperative e ai comuni. Tuttavia, questo non prova che siamo contro il capitale privato. Essi si completeranno reciprocamente. Noi crediamo che quando il sistema cooperativo è sviluppato, un capitale etico privato può essere aggiunto in alcuni settori dell’economia. In questo modo la società del Rojava sarà resa migliore e sottratta al sistema liberista. Nel sistema liberista, il grande pesce inghiotte il pesce piccolo e non c’è moralità. Nel nostro Cantone è stata fondata un’Organizzazione del Commercio e dell’Industria che ha 7 mila membri. Qui c’è un’unica cosa che è proibita ed è il capitale finanziario.

È stato detto che il regime paga gli stipendi dei vostri lavoratori. È vero?
Questo non è vero. Nessuno dei nostri progetti è finanziato dal regime. In questo momento in tutta la Siria ci sono ex dipendenti statali che stanno andando e chiedendo lavoro al regime, dicendo “Io sono in servizio e sto facendo il mio lavoro” e così si prendono lo stipendio. Non fa differenza se stanno o non stanno facendo il loro lavoro, dicono questo. E’ così nelle aree sotto il controllo dell’Esercito Siriano Libero, ed è così anche nelle zone sotto il controllo di altri poteri. Tutti quelli che percepiscono uno stipendio dal regime si comportano in questo modo, in tutta la Siria.

Al momento qual è il bene più economico e quello più dispendioso nel cantone?
Tutti i prodotti a Efrîn sono a buon mercato. Poiché è una zona sicura gli affitti sono alti, ma abbiamo avviato i lavori per la realizzazione di cooperative edilizie e garantiremo il diritto alla casa per tutti.

Voi avete spiegato che state istituendo una “modernità democratica” assieme alla “modernità capitalista”. Non emerge nessuna contraddizione?
Per poter costruire il sistema di una nazione democratica è necessario un po’ di tempo. Non possiamo fare tutto in un giorno. Per stabilire questo sistema stiamo facendo progressi giorno per giorno. Lavoreremo finché saremo in grado e lo faremo sempre con riferimento ad una bussola morale. Noi proteggeremo i diritti delle cooperative e delle comunità povere e impotenti contro i ricchi.

Dove sono le donne in questo sistema che hai descritto?
Posso tranquillamente affermare che le donne sono il cuore di questo sistema. Esso funziona con un sistema di quote del 40%. Le donne hanno avuto un grande ruolo nella sfera economica fin dall’inizio. Di fatto, le donne hanno avuto un ruolo importante in ogni aspetto del processo rivoluzionario e della costruzione di questo sistema.

C’è qualcosa che vorresti aggiungere?
Posso dire questo alla gente del Kurdistan del Nord. Il Rojava è un tubo di respirazione per il nord. E il nord è un tubo di respirazione per il Rojava. Dobbiamo lavorare insieme su questo principio e mostrare questi sviluppi. Dobbiamo unire gli sforzi per costruire il sistema della nazione democratica.

Di cosa avete maggiormente bisogno? Avete qualche appello da fare al governo turco?
Abbiamo bisogno che il governo turco apra il confine
.”

 

Per approfondire:

Women’s Defense Units YPJ

People’s Defense Units YPG

The Lions Of Rojava

UIKI Onlus

Foto: Hebun Sinya caduta a Kobanê nei combattimenti contro l’organizzazione terroristica IS (DAESH). La comandante delle YPJ Hebun Sinya, il cui vero nome è Medya Murad, era originaria di Derik/Rojava e ha perso la vita il 30.01.2015 durante la liberazione di Kobane.

Consiglio di non usare la definizione di Stato Islamico (Islamic State), e ancora meno ISIS, che può essere confuso col nome della Dea Egizia ISIDE – ISIS in lingua inglese-, perché riduce fino ad annullarle le differenze tra islam, musulmani e islamisti e perché non si tratta di uno “stato”. Gli arabi li definiscono ‘Daesh‘ e io li chiamerò ‘Daesh i tagliagole’” ha detto il Ministro degli Esteri Francese Laurent Fabius lo scorso anno.

Il gruppo di criminali, drogati, fanatici, terroristi islamici è conosciuto in arabo come ad-Dawlah al-Islāmiyah fīl-ʿIrāq wash-Shām, da cui l’acronimo Da’ish or DAESH (داعش, Arabic pronunciation: [ˈdaːʕiʃ], e anche io, da oggi in poi, li chiamerò col nome di Daesh, una parola usata dai nemici di questi fanatici religiosi che ha una serie di sfumature spregiative dato che Daesh è simile nella pronuncia alla parola araba Daes (qualcuno che schiaccia qualcosa sotto i piedi) e Dahes (qualcuno che semina discordia).

 

ISIS     ISIS_02

 

 

 

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